Quando parlo di protesi d’anca con un paziente di 45 o 50 anni, vedo spesso la stessa espressione: sorpresa, qualche dubbio, a volte paura. “Ma non è un intervento da anziani?” è la domanda che arriva quasi subito.

Per anni abbiamo associato la protesi a un’età avanzata. Oggi però incontro sempre più persone giovani che convivono con un dolore costante all’anca. Non riescono più a correre, fanno fatica a lavorare, evitano perfino le uscite con gli amici perché camminare troppo diventa un problema. In questi casi non si parla solo di un’articolazione consumata: si parla di qualità della vita.
Perché un giovane può arrivare alla protesi
Le cause sono diverse. A volte l’artrosi compare prima del previsto. In altri casi l’anca ha subito un trauma importante, oppure c’è una malformazione presente fin dall’infanzia che, con il tempo, ha rovinato l’articolazione.
Chi pratica sport in modo intenso può accelerare l’usura. Chi svolge un lavoro fisicamente pesante non riesce a “risparmiare” l’anca. Il risultato è lo stesso: dolore ogni giorno, rigidità al mattino, difficoltà anche nei movimenti più semplici come allacciarsi le scarpe o salire in macchina.
Molti provano terapie farmacologiche, infiltrazioni, fisioterapia. Quando però il dolore non lascia tregua e limita davvero la vita quotidiana, inizio a parlare di intervento.
Cosa significa davvero mettere una protesi
Mettere una protesi non vuol dire “arrendersi”. Significa scegliere di tornare a muoversi senza dolore.
Durante l’intervento sostituisco le parti rovinate dell’articolazione con componenti artificiali studiate appositamente. Negli ultimi anni la qualità dei materiali è migliorata molto. Questo ci permette di offrire soluzioni affidabili anche a chi ha ancora tanti anni attivi davanti.
Quando valuto un paziente giovane, non guardo solo l’età. Mi concentro su quanto il dolore incide sulla sua vita, su cosa non riesce più a fare, su quanto ha già provato prima di arrivare a questa scelta.
Esiste una tecnica migliore per i giovani?
Non esiste una risposta uguale per tutti. Ogni anca ha la sua storia.
In alcuni casi posso conservare più osso possibile, soprattutto se penso a un’eventuale revisione futura. In altri preferisco un impianto tradizionale che garantisca stabilità e durata nel tempo.
Molti pazienti mi chiedono dell’accesso anteriore. Questa tecnica mi permette di lavorare tra i muscoli, senza tagliarli. Il recupero spesso risulta più rapido (ma già a distanza di 30 giorni i risultati in letteratura tra via anteriore e via laterale sono sovrapponibili) e la cicatrice rimane piccola e poco visibile. Per una persona giovane anche l’aspetto estetico ha il suo peso, ed è giusto considerarlo. Va comunque valutata l’indicazione al tipo di accesso chirurgico in base al tipo di paziente che ci troviamo davanti ed alla sua anca (per esempio nei pazienti con una muscolatura importante l’accesso anteriore può essere difficoltoso).
La scelta finale nasce sempre da un confronto chiaro e sincero. Spiego vantaggi, limiti, tempi di recupero. Il paziente deve sentirsi parte della decisione.
Dopo l’intervento si torna davvero alla vita di prima?
Questa è la domanda più importante.
Dopo l’operazione inizia un percorso di riabilitazione. Serve impegno, costanza e un po’ di pazienza. Non basta l’intervento: il risultato dipende molto anche dalla collaborazione del paziente.
Con il tempo, però, la maggior parte delle persone torna a camminare senza dolore, riprende a viaggiare, a lavorare, a fare sport con le dovute attenzioni. La soddisfazione più grande arriva quando mi raccontano di aver ricominciato a fare qualcosa che avevano abbandonato da anni.
Ha senso aspettare?
Restare bloccati dal dolore per paura dell’intervento raramente porta benefici. Se le terapie conservative non funzionano più e l’anca limita la vita quotidiana, la protesi può rappresentare una scelta di libertà, non una sconfitta.
L’età conta, ma conta ancora di più come si vive ogni giorno.

